giovedì 24 aprile 2014

Maxibon, un racconto di passione

"You are bon, bon come un Maxibon"




La pubblicità del Maxibon con Stefano Accorsi rappresenta un bell'esempio di storytelling, risalente agli anni ’90.

Si divide in due spot, l’uno concepito a completamento dell’altro.

Il plot è semplice: uno stabilimento balneare, due ragazzi – Matteo e il suo amico – che mangiano il gelato, mentre guardano con desiderio due loro coetanee e gli rivolgono apprezzamenti pieni di passione, cercando di sedurle.

La storia del Maxibon ha una doppia valenza. Da un lato è non-mitica per eccellenza – nel senso che le situazioni proposte sono quelle di un vissuto comune alla stragrande maggioranza delle persone – le vacanze estive. Dall'altro invece, proprio all'interno di questa esperienza socialmente condivisa, se ne inscrive un’altra, quella per così dire mitico-ancestrale del corteggiamento e della conquista della donna.

Number 1: Maxibon is magic




Atmosfera


L’atmosfera del primo spot Maxibon Motta è volutamente onirica. Ad eccezione dei protagonisti, cose e persone appaiono sfocati. Proprio come in un sogno, l’attenzione è focalizzata su pochi oggetti.

Il video si apre con una sequenza d’immagini in cui si succedono le ragazze e il Maxibon. L’associazione tra il gustoso gelato e le irresistibili femmine viene così immediatamente stabilita.

I colori delle immagini sono accesi. La loro intensità crea un amalgama tra le vicende della storia, le emozioni evocate nel pubblico e le sensazioni da questo provate.

D'altronde, nel corso del racconto, la superiorità cromatica viene esercitata dal rosso, dal giallo, dal verde e dal blu, i colori tipici della torrida natura tropicale, importati per scopi commerciali nell'immaginario collettivo degli italiani in rapporto al mare e all'estate.

L’idea di fondo dello spot sta nel congiungere l’eccitazione ormonale che il maschio prova di fronte ad una bella donna (e la conseguente necessità che sente di ottenere un appetitoso appagamento fisiologico) a quella del soffocante caldo estivo e del sollievo che il gustoso gelato Maxibon può offrire.

Viaggio




È il suo amico-mentore che sollecita Matteo a compiere l’impresa. Non con l’azione però – che sarà una diretta conseguenza dell’intensificarsi del desiderio – ma con l’immaginazione. «Mattè, cosa gli diresti a due straniere così?»

E da qui inizia il viaggio.

Matteo morde il Maxibon con intensa passione. Matteo guarda le ragazze con altrettanto intensa passione. Il voyeurismo di Matteo nei confronti delle ragazze è quello del pubblico nei confronti del Maxibon. 

Matteo è un eroe-facilitatore. Mosso da un’attrazione fatale, egli sogna e declama, associando continuamente le qualità del gelato a quelle delle femmine. Il suo declamare in una stroppia lingua inglese ce lo fa sembrare uno Shakespeare dei poveri, un ragazzo che pone rimedio alla propria carenza conoscitiva in maniera ridicola.

"Your eyes is magic com is granèl, your gamb is long com gust of Maxibon, your boc is bell com un toc dè stracciatèl"

Ma è proprio questo aspetto a rendercelo simpatico. È un protagonista dal piglio deciso, anche se con conoscenze limitate; un carattere creativo, incline alla poesia, ma senza una reale predisposizione verso l'inglese. Matteo ci è simile, nei pregi e nei difetti, possiede i nostri gusti e le nostre repulsioni.

Messaggio




Da questi tratti del protagonista affiora il messaggio centrale dello storytelling in termini commerciali. Perché è evidente che Maxibon Motta rappresenta quel valore-tesoro in grado di congiungere individui distanti – le “principesse”-ragazze, provenienti da un paese meraviglioso, e Matteo, il loro italico “ranocchio”.

Sono principesse dei tempi moderni, che traggono il loro status non da una stirpe, ma dall'immaginazione del loro spasimante. Tant'è vero che occorre l'intervento del barista per riportare Matteo alla realtà: «Amleto datti una mossa con questa poesia!»

E proprio da qui emerge un altro aspetto di Matteo che ce lo rende simpatico: il fatto di non prendersi troppo sul serio, di saper considerare una battuta per quello che è, rimanendo tuttavia seriamente concentrato sulle proprie prede. «Ma c'hai il cuore ch'è un ghiacciolo!»

L’amico da parte sua, accecato anch'egli dal proprio desiderio, rafforza involontariamente la fiducia e la voglia di conquista del protagonista: «Beato te che sai le lingue!»

Number 2: Maxibon, is an Ice cream?




Contatto


Nel secondo spot del Maxibon, Matteo riesce a superare la barriera – sia fisica (la siepe) sia psicologica – che lo separava dalle sue "principesse". Un limite non invalicabile: dato che l’eroe è tale solo per metà e che la condizione favolosa delle ragazze svanirà tra pochi attimi, Matteo non ha problemi di sorta a entrare in contatto con loro.

Viene di nuovo sollecitato a farlo dal suo amico. E il Maxibon Motta domina incontrastato tutte le scene.

Infatti, l’associazione iniziale tra gelato e ragazze viene ribadita. Stavolta però l’ambientazione è più vicina alla vita reale. I colori sono gli stessi della prima parte, ma le persone che popolano il bar dello stabilimento sono nitide ed è più facile percepire la loro vicinanza (fisica e sociale) rispetto alle giovani donne.

I gesti dei protagonisti sono pochi . La comunicazione non verbale è tutta rivolta al gelato. Matteo declama maldestramente di fronte alla sua bionda principessa i versi inglesizzati che prima aveva recitato vicino al suo amico. Ciò che dice è in linea con quanto fa con le mani e con il viso.

Il tono della recita è ancora familiare, anche se più controllato e meno passionale. Le ragazze ne sono divertite.

Belle e buono




Se passiamo ad analizzare la struttura del discorso, ci rendiamo conto che è esattamente la stessa della prima parte. Attraverso il Maxibon, sia prima sia dopo, Matteo instaura il suo paragone con la bellezza (bontà) delle ragazze.

"Oi miss, eeeh you Maxibon, come me... the best del mond eeeh very mitic, mitic? yes ... granèl, stracciatèl, two gust is megl che one ... Maxibon –  is bon, com you"

Ma ora Matteo sta portando a termine la sua prova. Non importa come, egli vuole (deve) riuscire. «Mangio voracemente ciò che è buono. Questo gelato è il più buono che esista. Ma voi siete “buone” come il gelato. Posso “mangiarvi”?» La similitudine tra Maxibon Motta e ragazze è immaginifica e concettualmente azzeccata. Fa intendere bene il pensiero del suo autore.

Sorpresa!




Ma proprio quando Matteo sembra esser riuscito a concludere la sua dichiarazione d’amore, compare il barista. Che modifica di nuovo la sua visione della realtà. «Irene, un altro Maxibon?»

Incredibile! La bionda principessa forestiera, evocatrice di atmosfere lontane, è una sua connazionale! Una romagnola!  «Mò com'è che ti chiami?»

C'è stupore e un pò d'imbarazzo. L'illusione sembra esser svanita.

Eppure, come il Maxibon, che in fin dei conti può essere trovato nel bar sotto casa senza per questo esser meno buono, così Irene e la sua amica non sono meno belle perché italiane.

Ora si che è tutto chiaro! Insieme a Matteo, torniamo alla realtà con una nuova verità e conquista. Non importa da dove viene l’oggetto dei nostri desideri: se è buono lo mangiamo, se è bella – la baciamo!

Canzone


La canzone che accompagna lo storytelling del Maxibon s’intitola Pata Pata e viene interpretata dall'africana Miriam Makeba.

La musica è utile ad evocare l’ambientazione tropicale associata a questo tipo di comunicazione commerciale, cioè quella dei gelati e dell’estate. Il suo valore intrinseco sta nel richiamo indiretto tra il colore della pelle degli africani e la parte al cioccolato del gelato, simboli entrambi di una passione intensa e sfrenata, tipica del ballo, del sesso e della canicola.

Esiste inoltre all'interno del testo, una potente assonanza tra la parola “maxi” di Maxibon e quelle presenti nella strofa e nel ritornello. – « Sat wuguga sat ju benga sat si pata pat/ Sat wuguga sat ju benga sat si pata pat […] Hihi ha mama, hi-a-ma sat si pata/ Hihi ha mama, hi-a-ma sat si pata.» Ricordo infatti che, da ragazzino, nei momenti di rievocazione inconsapevole, la cantavo così: «Saputoga-saratega maxiboon/ Saputoga-saratega maxiboon/ alì-alà aì aaa/ maxiboon…» Vabbé, lasciamo perdere :-)




Conclusione


Quello del Maxibon è stato uno storytelling pubblicitario assolutamente riuscito. Riproponeva al pubblico l’esperienza tipica dei giovani italiani in vacanza e dediti al rimorchio. La sapiente connessione tra le loro emozioni e il gelato della réclame li divertiva, inducendoli a ricordare senza sforzo il brand.

Per ragazzi e ragazze fu un vero tormentone all'epoca. E oggi, un esempio da imitare.