giovedì 28 novembre 2013

Storytelling e visione del mondo

Fonte immagine: flickr.com/photos/alicedice/2576996042/

Lo storytelling deve allinearsi alla visione del mondo dello spettatore. Raccontare la storia di un prodotto significa convincere coloro che non vogliono, inizialmente, comprarlo. È una sfida. Sia per i leader del mercato che per le aziende più piccole.

Come fare? Dal momento che l’essere umano è un tipo abitudinario, dobbiamo legare il messaggio ad un aspetto della vita a lui familiare. Se puntiamo ad un mercato di massa per attrarre nuovi acquirenti, dobbiamo ispirarci ad abitudini consolidate e universali, come il fare colazione la mattina, uscire il sabato sera, dormire fino a tardi la domenica, prendere l’automobile per spostarsi… In questa maniera, la novità insita nel prodotto che vogliamo vendere, risalterà per il suo valore.

Tuttavia, come abbiamo detto all’inizio, lo storytelling non può essere generico, ma deve allinearsi alla visione del mondo del pubblico a cui intende rivolgersi. L’elemento consuetudinario del messaggio deve oltrepassare senza ostacoli la fase del dubbio che in ogni ascoltatore nasce spontanea. La narrazione costruita intorno al prodotto verrà dunque resa caratteristica a partire dall’aspetto della vita quotidiana che è universalmente diffuso.




Per esempio, moltissimi di noi sono propensi ad ascoltare la radio in automobile la mattina, mentre si recano al lavoro. Connettere in maniera creativa il messaggio radiofonico – stilizzato attraverso la voce di uno speaker noto a tante persone – permette di generare nel target sentimenti come la sicurezza, la simpatia e la familiarità. Il prodotto innovativo viene trasformato all’istante in qualcosa che c’è sempre stato. Addirittura, in alcuni casi perfettamente riusciti, il prodotto può sembrare “eterno”, la cui mancanza prima di quel momento risulta incredibile e inimmaginabile.

Siamo riusciti a rendere autobiografico un aspetto della comunicazione pensato per un mercato di massa. Attraverso un vettore mnemonico di tipo sensoriale e percettivo, abbiamo creato una struttura narrativa che rispecchia le consuetudini fisiche ed emotive di molti. L’ego esperienziale di ciascuna persona è divenuto un aspetto simbolico della vita comunitaria. Abbiamo dunque creato una coerenza logico-irrazionale tra il nostro prodotto, la storia raccontata e la vita delle persone. Fantastico, no?

Nello storytelling, la visione del mondo scaturisce dai modi di vivere e di pensare, che a loro volta sono il frutto di abitudini consolidate, della routine. Una volta compreso questo aspetto, saremo in grado di creare scientificamente un messaggio promo-emozionale che è anche orizzonte di senso per gli altri.

E tu che ne pensi? Ti ci ritrovi in questo elemento dello storytelling? Non credi che riguardi l’esperienza di vita di ognuno di noi? Lascia nei commenti la tua opinione.

mercoledì 27 novembre 2013

Lo storytelling ipnotico: come manipolare l’umanità

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Lo storytelling ipnotico è un elemento particolare della comunicazione, che ci serve a combattere le resistenze mentali del pubblico. Esaltando le componenti oniriche del racconto, cerchiamo di staccare il soggetto che ascolta dalla percezione della realtà presente, per trasportarlo in quella fittizia della narrazione. Rappresenta un ottimo strumento per oltrepassare lo spirito critico delle persone e manipolare l’umanità.

Una volta compresi i bisogni e le aspettative del pubblico-obiettivo a cui vogliamo rivolgerci, dobbiamo costruire una storia che generi il totale coinvolgimento degli ascoltatori. Questo coinvolgimento lo otteniamo provocando l’identificazione del pubblico con le vicende dei protagonisti.

Delineando vicissitudini che rispecchiano i sogni e le frustrazioni delle persone, possiamo far filtrare un messaggio nascosto, che costituisce il senso della storia (da noi preventivamente stabilito). Allentando infatti le capacità critiche del pubblico e portandolo a sentirsi esso stesso protagonista dei fatti narrati, esso percepirà come intimamente proprio il messaggio veicolato in maniera surrettizia.

L’efficacia di questo metodo sta nella reiterazione circolare del senso del racconto.
Mi spiego meglio. Dal momento che la trama si dipana in un flusso temporale fisso, la combinazione degli avvenimenti deve essere modellata a partire dalla sensibilità dell’autore. In questa maniera, la libera scelta nella costruzione della storia viene orientata dagli obiettivi d’influenzamento che si vogliono ottenere.

Reiterando elementi di senso costanti, veicoliamo un messaggio che colpisce direttamente l’inconscio dei riceventi e li trasformiamo in semi-automi, capaci di agire nel senso voluto. Un fugace e facile entusiasmo sarà la conseguenza immediata di questo nostro messaggio sul pubblico-obiettivo. E l’azione compulsiva – generalmente d’acquisto, ma non solo – risulterà come l’ultimo atto "narrativo" desiderato.

Lo storytelling ipnotico è un mezzo per manipolare l’umanità e dobbiamo utilizzarlo con somma discrezione. Esso rappresenta l’opposto concettuale e pratico della narrazione motivante ed idealistica che si riferisce al marketing 3.0. È una forma sistematica, chiusa e totalitaria della comunicazione umana, molto pericolosa per tutti gli attori in gioco.

martedì 26 novembre 2013

Le idee nello storytelling, per fissare le usanze

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Le idee nello storytelling fissano in maniera decisiva le nostre usanze all’interno di un gruppo. Data la realtà ambientale e sociale in cui ci troviamo a vivere, la narrazione che ne facciamo produce una serie di parole, di suoni e di immagini che rappresentano il nostro modo di sentire.

«Ciò che è reale è il raccontare, e il raccontare è ciò che è reale»: una massima che trascende del tutto la razionalità. Infatti, proiettando bisogni e speranze esclusivi, noi rendiamo vero – cioè reale – quanto raccontiamo della nostra quotidianità. Ogni giorno noi perseguiamo i nostri scopi e li narriamo al mondo circostante per mezzo di noi stessi, tanto come persone che come creatori di opere.

Lo storytelling veicola le nostre idee all’interno del gruppo e fa in modo che il gruppo le digerisca e le assimili, ottenendone una sintesi di usanze sua propria. Da ciò ne consegue che i singoli membri assumano modi di pensare e di agire più o meno conformi al concetto generale che ne è scaturito. Questo si trasforma in uno stile linguistico e di comportamento caratteristico.

Le nostre comunità sociali vengono rese istituzionali e organizzate attraverso l’articolazione di discorsi. La valenza formale e retorica di questi discorsi ne segna l’esclusività. Del resto, ogni messaggio rappresenta per noi una comunicazione più o meno comprensibile, a seconda della vicinanza o della lontananza di chi la emette rispetto al gruppo di cui facciamo parte.

Le idee nello storytelling costituiscono dunque il nòcciolo delle usanze di un gruppo. Diffondendole tra le persone grazie al racconto, esse vengono ripetute e trasmesse, creando la percezione consuetudinaria della propria realtà sociale materiale e spirituale.

venerdì 22 novembre 2013

Le componenti dello storytelling: come costruire un racconto di successo

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Le componenti dello storytelling sono otto. Se vogliamo costruire una storia di successo, ce ne dobbiamo servire per forza. Se intendiamo narrare una serie di fatti, non possiamo farne a meno.

1) Quando narriamo siamo gli artefici della storia. La raccontiamo a partire dalle notizie che ci interessa trasmettere a chi ci ascolta, assemblandole nella maniera che riteniamo più opportuna. Decidiamo di partire da un certo accadimento, per poi procedere per una serie di altri fatti, fino a giungere al finale. Decidiamo di articolare la storia come più ci fa comodo, sottolineando alcune azioni e tralasciandone altre. L’oggettività risulta perciò un punto di partenza astratto che deve assestarsi su una prospettiva circoscritta e che potrebbe degenerare in faziosità partigiana.

2) Quando raccontiamo una storia ci stacchiamo temporaneamente dalla nostra esistenza contingente, per trasformarci nel mezzo di trasmissione di un racconto. Restiamo perciò noi stessi, ma nello stesso tempo diventiamo qualcuno che, più che in se stesso, ha la propria ragione d’esistere nel pubblico che lo ascolta. Dobbiamo perciò assecondare i gusti del nostro pubblico, per risultare veramente efficaci.

3) Quando costruiamo una storia e decidiamo di narrarla, possiamo esserne i protagonisti. Oppure no. In tutti e due i casi, che ci riguardi come attori o semplici spettatori, le persone e gli oggetti che popolano il racconto assumono un’esistenza autonoma nella mente del pubblico.

4) Quando progettiamo una storia dobbiamo scegliere lo stile con cui la racconteremo. Uno specifico stile presuppone una trama che abbia uno svolgimento caratteristico, composta di parole che ne siano espressione. Per esempio, se scegliamo una trama riconducibile al genere letterario della commedia – e perciò divertente – collocheremo i nostri personaggi in una situazione scherzosa o rilassata di vita quotidiana. Attraverso comportamenti ordinari, li condurremo verso il lieto fine, utilizzando parole come “ridere”, “giocare”, “scherzare” e simili.

5) Quando pensiamo ai risultati di una storia, dobbiamo prevederli, preventivarli e raggiungerli attraverso una strategia. Ogni storia è ricca di significati più o meno impliciti, che determinano il suo svolgimento, la sua conclusione e che ci impegnano ad assumere la responsabilità di quanto raccontato. Ne va della nostra credibilità.

6) Quando edifichiamo una storia, dobbiamo stabilirne i tempi: quanto dura e come si succedono le azioni dei personaggi. Se decidiamo di puntare sulla persuasione, costruiremo una sequenza ordinata di fatti che si succedono. Se invece vogliamo coinvolgere, ammaliare e far perdere la cognizione spazio-temporale agli ascoltatori, utilizzeremo analessi e prolessi.

7) Quando raccontiamo una storia non dobbiamo necessariamente farlo a voce e in prima persona. I mezzi fisici da usare sono molti e possiamo accaparrarceli a seconda della disponibilità economica che abbiamo. Saranno gli obiettivi che vogliamo raggiungere ad aiutarci nel trasformare il nostro progetto narrativo in realtà fisica. La realtà attuale della comunicazione infatti è multimediale e crossmediale.

8) Quando desideriamo trasmettere un messaggio con una storia, vogliamo anche convincere chi ci ascolta. Dobbiamo mutarne il punto di vista attraverso le nostre parole. Non solo: ci possiamo avvalere della musica, dei simboli e delle immagini. Generando una percezione della storia che è ricca di elementi costituenti, possiamo creare negli ascoltatori la sensazione di conoscere qualcosa, eccitandone o turbandone i sentimenti.

Le componenti dello storytelling sono l’ideale per indirizzare nel senso voluto i pensieri del pubblico. Una volta che avremo stabilito i nostri obiettivi, ci sarà possibile realizzarli con successo. – 

Il seguente cortometraggio - creato dal videomaker Virgilio Villoresi per Sammontana - rappresenta un ottimo esempio di applicazione nella pubblicità delle componenti dello storytelling.




giovedì 21 novembre 2013

Credo storytelling

Fonte immagine: flickr.com/photos/paolorestifo/27938645/



L’intenzione specifica che sottende lo storytelling non è quella di generare un sapere scientifico, ma un credo.

Dal momento che alla nostra mente si presenta come una concatenazione ordinata di fatti, la conseguenza immediata del racconto è d'informarci più o meno dettagliatamente su quanto è accaduto.

In questa maniera, quando ascoltiamo, maturiamo una “fede”.

Ribaltando il motto socratico, in relazione allo storytelling, possiamo affermare sensatamente: «credo che so di sapere».

L’emittente, per avvantaggiarsi di questa nostra credenza, deve servirsi dei mezzi adatti, veicolando un messaggio incisivo.

I mezzi infatti non solo aumentano l’efficacia del messaggio su di noi, ma danno forma al racconto stesso.

Forma e contenuto, come in ogni opera d’arte, si accordano e procedono congiuntamente.

Sarebbe assurdo se una novella dai risvolti tragici venisse pubblicata su un magazine di gossip, così come risulterebbe controproducente che il Festival di Sanremo venisse mandato in onda su una tv locale.

Scegliendo lo strumento adatto per il genere di storia che si vuole raccontare, automaticamente gli stessi personaggi, i gesti e le azioni che compiono - oltre alle tempistiche di svolgimento dei fatti - saranno in armonia tra di loro.

La costruzione di un racconto per noi sensato, che narri vicende di un certo tipo in un certo modo, deve fondarsi su tecniche opportune, affinché lo svolgersi della trama venga da noi recepito, colpendo nel segno.

Lo storytelling esige dunque un lavoro di pianificazione, che deve seguire passo passo le intenzioni dell’autore. Veicolando nella nostra mente un racconto coerente, la fede nel «credo che so di sapere» verrà rinsaldata, contribuendo a forgiare quell’ "umanità imitativa", funzionale alla vita sociale aziendale e di consumo.

venerdì 15 novembre 2013

Lo storytelling strategico, tattica di marketing

Fonte immagine: flickr.com/photos/deizans/4834593640 

Lo storytelling strategico rappresenta attualmente uno schema d’azione innovativo, per affrontare con successo i vincoli posti dal mercato e sfruttarne le opportunità. È un modo di procedere differente, una tattica del marketing.

Il modello di pianificazione utilizzato dalle aziende per raggiungere i propri obiettivi, deve sempre fare i conti con i fattori di sviluppo – reali e potenziali – sia endogeni che esogeni.

Il problema commerciale di questo momento storico è costituito dalla maniera in cui si possono motivare le persone a compiere specifiche azioni. Che siano clienti esterni – e dunque acquirenti – oppure interni – e perciò lavoratori – l’azienda deve essere in grado di suscitarne la partecipazione emotiva alle proprie iniziative.

È una questione psicologica, né più né meno.

Lo storytelling è uno strumento di comunicazione potente, che può essere usato nei contesti aziendali più diversi. Partendo da un punto di vista personale, l’impresa narrante assume un ruolo di leader nel forgiare le impressioni del pubblico.

Il legame sentimentale – di gioia o di turbamento – che viene instaurato attraverso l’ascolto dei racconti, è adatto ad instaurare un rapporto duraturo tra l’emittente e il ricevente.

Il rimando semantico tra significante e significato non è più infatti meramente arbitrario, ma si fonda su una successione coerente di avvenimenti che dalla sfera commerciale salta a quella esistenziale.

Fonte immagine: flickr.com/photos/elycefeliz/6691305637/

La dinamica dello storytelling strategico (come tattica di marketing) può essere applicata tanto alla dimensione dei social network, quanto a quella della rete sociale reale in ambito impiegatizio o delle vendite.
In questo secondo caso, le capacità comunicative devono essere ampliate al massimo sul piano conversazionale.

1. La prima qualità richiesta è quella che io definisco “l’ottica del romanziere”.
Come un novello Flaubert o Dostoévskji, il narratore aziendale deve fare tesoro delle proprie esperienze di vita quotidiane, per poi riutilizzarle in un contesto professionale di relazione con i propri clienti o con i propri colleghi/sottoposti. Narrare un’esperienza significa trasmettere un contenuto direttamente alla mente dell’ascoltatore, facendoglielo visualizzare. Di conseguenza, è possibile indirizzare i pensieri delle persone nella direzione voluta, aprendone gli orizzonti interpretativi attraverso un punto di vista alternativo.

2. Legare le comunicazioni commerciali ad una risoluzione di tipo positivo.
Ciò risulta più facile quando l’atmosfera del messaggio è ludica. Nel momento in cui si opta per una forma drammatica, è bene mostrare – senza possibilità di equivoco – che lo scioglimento dell’intreccio ha un esito felice.

3. Questo finale fortunato dev'essere sempre collegato al superamento di una difficoltà. L’uditore-cliente (o collega/sottoposto) deve introiettare il senso della missione eroica o dell’aumento della propria importanza.

4. La sensazione che il narratore sia capace di capire, sentire e condividere, attraverso la sua storia, i pensieri e i turbamenti di chi lo sta ascoltando.
È pertanto possibile – e non solo auspicabile – la fusione emotiva tra l’ascoltatore e il contenuto della storia come oggetto di conoscenza.

5. Rendere semplice la propria narrazione, fluida, comprensibile, consequenziale e non inserirvi più di tre soggetti protagonisti, affinché il ricevente non entri in confusione.

6. È opportuno essere sinceri e aperti nel narrare le proprie storie.
Questo non significa raccontare qualsiasi cosa – tipo particolari scabrosi o poco edificanti – ma fornire indicazioni importanti su ciò che è stato utile o dannoso in una precisa situazione. Un atteggiamento questo, in grado di generare fiducia e fidelizzazione.

Lo storytelling strategico rappresenta dunque una tattica di marketing adeguata al contesto storico attuale. Le persone, sempre più smaliziate e istruite, non sono facile preda di messaggi promozionali insignificanti e unidirezionali. I legami di tipo opportunistico e l’aperta manipolazione devono lasciare il posto a relazioni commerciali dall’impronta idealistica.

giovedì 14 novembre 2013

Lo storytelling, arte del cantastorie

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Da dove proviene lo storytelling? Ha una genesi squisitamente letteraria? No, non direi. Narrare storie è l’arte del cantastorie.

Nel lungo periodo che ha preceduto l’epoca attuale ipertecnologica, il sapere intorno a fatti e vicende lontane è stato veicolato dall’opera dei girovaghi. Armati di chitarra o mandolino, intrattenevano le moltitudini con le loro recite.

Il poeta ambulante si recava nei villaggi e, attirando a sé giovani e vecchi, donne e bambini, recitava le proprie composizioni. Faceva la sua apparizione agli incroci delle strade o di fronte alle chiese, durante la celebrazione delle ricorrenze.

Giovandosi del canto, della musica e della danza, recitava componimenti tratti dalle leggende eroiche o religiose del Medioevo. Mostrava anche, qualora ne avesse la possibilità, una serie di raffigurazioni grossolane per illustrare i momenti principali del racconto.

Benchè oggi sia in via d’estinzione, il cantastorie è il progenitore dello storytelling. In un’ottica di marketing, la sua arte è stata trasferita agli spettacoli d’intrattenimento televisivo e alla pubblicità. I meccanismi psicologici promo-emozionali sono gli stessi. E stimolare l’immaginazione rappresenta ancora il mezzo per creare l’immedesimazione.

Le feste popolari infatti venivano animate dalle sue capacità declamatorie. Che fossero di genere tragico oppure comico, le storie cantate trascinavano il pubblico. La passione e il sentimento erano elementi fondamentali, e la narrazione in dialetto ne acuiva la presa al cuore delle persone.

Anche il meccanismo della tensione e dell’attesa è stato mutuato dalla rappresentazione a episodi. Tenendo sulle spine gli spettatori, tanto il cantastorie quanto la comunicazione commerciale intendono trattenere e avvincere il proprio pubblico.

Il cantastorie rappresenta dunque il legame sia artistico che psicologico tra le tradizioni della cultura popolare e i messaggi del marketing attuale. La capacità di creare un dialogo interattivo tra chi narra e chi ascolta, propiziando lo scambio a livello verbale e non-verbale, suscita una spontanea cooperazione.

Nell’epoca del web sociale, lo storytelling è ancora l’arte del cantastorie. La narrazione di marketing co-creata è pregna di significato. Che si usi una forma ludica o impegnata, il prodotto nasce e si personalizza nella mente degli individui, grazie alla rievocazione empatica di situazioni note.



martedì 12 novembre 2013

Gli elementi dello storytelling (seconda parte)

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Fin dall’antichità l’essere umano si è servito degli elementi dello storytelling, esercitando la propria capacità creativa. Nell’intento di mitizzare se stesso – per mezzo della propria stirpe o della nazione di appartenenza – egli ha prodotto narrazioni popolate di eroi leggendari.

Del resto, il desiderio di perpetuare il proprio ricordo è arrivato fino ai nostri giorni, assumendo un aspetto meno poetico e più commerciale. L’istinto di auto-affermazione, unito alla vanità personale, è stato incanalato in un tipo di comunicazione dominato dagli obiettivi di marketing.

Come persone, oggi, continuiamo a dar notizia di noi stessi agli altri, ma lo facciamo in relazione all’infrastruttura economica di cui siamo parte.

Inseriti in un universo dominato dai prodotti e dai servizi, raccontiamo la nostra esperienza di consumo come un evento significativo.

Siamo noi che produciamo, in settori diversi, quegli oggetti e quei servizi che poi utilizziamo fino alla distruzione. E in questo circolo di eterna reiterazione, generiamo storie di vita, adatte ad essere fruite dai nostri consimili.

In questa maniera, ritroviamo gli elementi dello storytelling.

Da un lato noi stessi, le azioni che compiamo e ciò che ci succede in conseguenza di esse.

Dall’altro, la situazione esterna in cui ci troviamo, popolata di altri individui e di altri oggetti.

La rappresentazione che facciamo di noi stessi si compone di opinioni consapevoli o inconsce. Possiamo farla a voce, oppure servirci di foto, di un video, di disegni o del racconto scritto.

Ognuno di questi mezzi influisce sulla percezione che il nostro interlocutore ha del racconto, o che ne abbiamo noi stessi nel caso ne fossimo i destinatari.

Gli elementi dello storytelling contribuiscono in maniera significativa a creare quel cosmo narrativo in cui ci troviamo quotidianamente inseriti. In esso riversiamo le nostre credenze e le nostre speranze, i nostri giudizi e i nostri timori, immaginando un futuro migliore.

lunedì 11 novembre 2013

Gli elementi dello storytelling (prima parte)


Fonte immagine: flickr.com/photos/sylvar/70589378/


La nostra esperienza di vita ci restituisce, attraverso l’analisi, gli elementi che compongono lo storytelling.
Questa indagine logica ci aiuta a comprendere in che maniera ci relazioniamo con il mondo e le operazioni che mettiamo in atto con il racconto.

Prima di tutto, quando siamo spettatori di un evento, forniamo una testimonianza dei fatti che rispecchia il nostro punto di vista.
In questa maniera, offriamo agli altri un’opinione personale più o meno sensata su quanto è accaduto.

Il susseguirsi degli atti di cui siamo stati testimoni, viene da noi valutato a partire da quelle che, a nostro giudizio, erano le intenzioni della persona – o delle persone – in causa.
Supponendo tali intenzioni, spieghiamo le azioni che ne sono seguite e i risultati a cui hanno portato, secondo delle ragioni logiche lineari e (apparentemente) pertinenti.

Per esempio, assistendo a un dialogo tra due persone, potremmo notare che una di esse esprime il proprio parere con maggiore aggressività rispetto al suo interlocutore.
Potremmo legare questo suo atteggiamento ad un intento di prevaricazione, motivato dall’esteriore timidezza dell’altro, e concludere che è una persona arrogante, e che gode nel mettere in difficoltà i più deboli.

Secondo la versione di un altro testimone, invece, quella persona aggressiva si comportava in quel modo per ragioni di autodifesa. Infatti, il suo interlocutore, tutt’altro che timido, era freddo e arcigno, e la minacciava velatamente di ritorsioni.

Il motivo per cui mettiamo in moto questo processo di classificazione automatico dell’esperienza è uno solo: inquadrare il flusso della realtà nel principio di causa ed effetto.
Per mezzo di queste categorie – che sono anche elementi costitutivi dello storytelling – ci sentiamo in possesso della spiegazione razionale di ciò che è avvenuto.

Del resto, se non avessimo a nostra disposizione il principio di causa-effetto, non saremmo nemmeno in grado di assimilare e di memorizzare le vicende di cui siamo partecipi.
Come esseri intelligenti di natura superiore, abbiamo bisogno di decifrare la realtà secondo una trama coerente.

Ma, come vedremo prossimamente, gli elementi che compongono lo storytelling sono anche altri e permettono di svilupparne ulteriori applicazioni.

giovedì 7 novembre 2013

Storytelling persuasivo: come stimolare l’immaginazione

Fonte immagine: flickr.com/photos/fensterbme/2921991686



La forza dello storytelling risiede nella sua capacità di stimolare l’immaginazione.

La maggior parte delle persone, di fronte ad un nostro discorso razionale, dimostra noia e disattenzione.
La sua struttura è difatti innaturale, basandosi su una sequenza e complicazione di concetti, ma non di eventi.
Non è certo la tecnica migliore che possiamo usare per avvincere l’ascoltatore.

Lo è invece lo storytelling persuasivo.

Narrare una storia può essere relativamente semplice.
In special modo, quando la forma del nostro messaggio è orale e le parole pronunciate “volano”, per così dire, verso le orecchie delle persone, il fatto che le inviamo in una forma coerente e ordinata, aiuta la loro comprensione e la loro efficacia.
Nessuna distrazione, nessun indugiare in analessi e prolessi – dobbiamo raccontare i fatti così come sono accaduti, uno di seguito all’altro.

In questa maniera, anche la mente più semplice avrà la possibilità di immedesimarsi nel nostro racconto e rivivere nel suo profondo gli eventi narrati.
Parliamo, e lentamente aggiriamo la mente dell’ascoltatore, spostando la sua attenzione sul flusso ininterrotto della storia.

In genere, lo storytelling persuasivo è anche storytelling dimostrativo.
La struttura razionale del discorso non viene eliminata, ma mascherata dal susseguirsi dei fatti.
Per questa ragione, ciò che in un freddo discorso razionale apparirebbe come una conclusione logica opinabile, attraverso lo storytelling possiamo trasformarlo nell’esito necessario di una successione di eventi.

La faticosa concatenazione dei concetti viene eliminata, mentre nella storia è sufficiente che inseriamo un elemento risolutore, che abbia il valore dell’illuminazione.
Dobbiamo far vedere praticamente all’ascoltatore ciò che in astratto ha trascurato di comprendere.

Lo storytelling persuasivo diviene la tecnica principale del marketing per trasformare i comportamenti d’acquisto. Un’azione in linea di principio inconcepibile, si trasforma in qualcosa di plausibile e giustificabile.

mercoledì 6 novembre 2013

Le origini dello storytelling: un mistero da svelare

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Le origini dello storytelling risalgono alla notte dei tempi.
Nessuno può parlarne in maniera certa.
Non esistono attestazioni di sorta per svelare questo mistero.
La natura sfuggente dei primordi della narrazione può riassumersi nell’adagio latino: “verba volant”.

Tuttavia, lo storytelling, fu il parto di menti illuminate. La funzione dello storytelling è da sempre agli antipodi di quell’adagio. E questo apparente contrasto ne rende affascinante la pratica.

Gli uomini infatti, all’inizio della loro esistenza comunitaria, dovevano trasmettersi informazioni soltanto attraverso le parole. Ma come potevano essere memorizzate le nozioni più importanti, creando così i primi cenni della nostra cultura?

È chiaro che l’essere umano non ricorda ogni cosa automaticamente. La saggezza dei nostri lontani antenati fu quella di utilizzare una tecnica – una tecnica denominata storytelling – capace di produrre suggestione.

Lo storytelling, alle sue origini, fu il metodo principe che i saggi utilizzarono per produrre la cultura umana nella sua forma iniziale.
L’engagement, prima che sui social media, è presente nella vita quotidiana, ed è provocato dalla necessità degli uomini di assimilare i contenuti delle esperienze fondamentali che li riguardano, per comprenderne il significato.

Nei tempi passati, trascinati nel vortice dei fatti raccontati dal narratore, gli ascoltatori maturarono la coscienza del senso degli eventi.
Veicolando con il racconto il proprio punto di vista, lo storyteller produceva suggestione nelle persone, ottenendone l’immedesimazione.

Le origini dello storytelling sono dunque radicate in un lontano passato, popolato di personalità eminenti, che, capendo la psicologia dell’essere umano, riuscirono a far leva sulle sue emozioni.
Generando engagement, suggestione e memorizzazione attraverso la narrazione, produssero la prima forma di una cultura veramente umana.

martedì 5 novembre 2013

Lo storytelling multimediale e crossmediale

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Lo storytelling dei nostri tempi viene definito multimediale – cioè che transita su differenti mezzi di comunicazione – e crossmediale – ossia che può essere condiviso su molteplici piattaforme.

Ma la sua struttura, dopo questi passaggi, resta invariata?

Generalmente la risposta è si. Il messaggio fondamentale che un video, una musica o un testo veicolano, resta immutato a prescindere dal mezzo, a patto che il format sia incentrato sullo stesso tema.

In questo modo, lo storytelling multimediale e crossmediale mantiene inalterati gli obiettivi del messaggio. Attraverso un impianto narrativo pianificato in precedenza, è in grado di sedurre e convincere all’acquisto le persone non interessate al prodotto.

Ma la sua vera efficacia sta in altro.

Il messaggio narrativo dello storytelling viene infatti confezionato per un gruppo di persone-obiettivo, meglio disposte a recepirne il contenuto.

La storia costruita intorno al prodotto, lo posiziona nella mente degli individui, beneficiando di un intreccio ricco di avvenimenti significativi, capaci di suscitare emozioni e di risvegliare sentimenti.

Il prodotto, agli occhi della gente, acquista un senso, e perciò anche un valore. Grazie alla narrazione, le persone non soltanto sono persuase della sua bontà e convinte ad acquistarlo, ma ritrovano in esso un motivo di fede.

Lo storytelling multimediale e crossmediale crea un cosmo popolato di prodotti e di marche, con cui le persone s’immedesimano. Grazie ad una partecipazione di tipo spirituale agli eventi mediatici dematerializzati, consente alle persone di ritrovare nelle merci parte del proprio vissuto quotidiano.

lunedì 4 novembre 2013

Storytelling: parole e pensiero

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Ogniqualvolta pronunciamo una parola, nella nostra mente appare un’immagine più o meno corrispondente. E l’immagine visualizzata, non è che la rappresentazione astratta di un oggetto – reale o di fantasia.

Siamo noi che produciamo le idee e che le immettiamo nel circolo vorticoso della comunicazione per il tramite delle parole. Il nostro pensiero perciò non è altro che un collante tra l’oggetto e l’idea.

Nello storytelling, quando raccontiamo una storia, mettiamo in atto una forma di comunicazione particolare. Attraverso la narrazione infatti, quel mutuo rapporto tra oggetti e immagini acquista un senso, una relazione concettuale di causa ed effetto e una direzione temporale secondo il prima e il poi.

Le parole pronunciate, in questa maniera, si aggregano in messaggi, ed i messaggi, a loro volta, in storie.

La storia del mondo non è che un insieme di messaggi – che intendono veicolare significati.

Dal momento che ognuno di noi è narratore di se stesso – della propria vita e delle proprie esperienze – il racconto razionalizza il circolo comunicativo tra le parole e le idee, ed aggiunge ad esse gli stati d’animo e le emozioni che si sono provati.

In questa maniera, il pubblico diviene parte in causa della narrazione, assimilandone i contenuti dal punto di vista del pensiero e del sentimento.

Noi siamo la perenne narrazione di noi stessi agli altri. Prestando e ottenendo ascolto, siamo in grado di ricreare l’esperienza delle vicende passate, elaborando immagini personali.

Parole e oggetti, pensiero e messaggi non sono altro che i mezzi attraverso i quali si forma lo storytelling. Un insieme di avvenimenti e di emozioni, che donano un senso alla nostra vita.