giovedì 21 novembre 2013

Credo storytelling

Fonte immagine: flickr.com/photos/paolorestifo/27938645/



L’intenzione specifica che sottende lo storytelling non è quella di generare un sapere scientifico, ma un credo.

Dal momento che alla nostra mente si presenta come una concatenazione ordinata di fatti, la conseguenza immediata del racconto è d'informarci più o meno dettagliatamente su quanto è accaduto.

In questa maniera, quando ascoltiamo, maturiamo una “fede”.

Ribaltando il motto socratico, in relazione allo storytelling, possiamo affermare sensatamente: «credo che so di sapere».

L’emittente, per avvantaggiarsi di questa nostra credenza, deve servirsi dei mezzi adatti, veicolando un messaggio incisivo.

I mezzi infatti non solo aumentano l’efficacia del messaggio su di noi, ma danno forma al racconto stesso.

Forma e contenuto, come in ogni opera d’arte, si accordano e procedono congiuntamente.

Sarebbe assurdo se una novella dai risvolti tragici venisse pubblicata su un magazine di gossip, così come risulterebbe controproducente che il Festival di Sanremo venisse mandato in onda su una tv locale.

Scegliendo lo strumento adatto per il genere di storia che si vuole raccontare, automaticamente gli stessi personaggi, i gesti e le azioni che compiono - oltre alle tempistiche di svolgimento dei fatti - saranno in armonia tra di loro.

La costruzione di un racconto per noi sensato, che narri vicende di un certo tipo in un certo modo, deve fondarsi su tecniche opportune, affinché lo svolgersi della trama venga da noi recepito, colpendo nel segno.

Lo storytelling esige dunque un lavoro di pianificazione, che deve seguire passo passo le intenzioni dell’autore. Veicolando nella nostra mente un racconto coerente, la fede nel «credo che so di sapere» verrà rinsaldata, contribuendo a forgiare quell’ "umanità imitativa", funzionale alla vita sociale aziendale e di consumo.